South Working: una nuova prospettiva di lavoro per il Sud

Già prima della diffusione del Coronavirus, si parlava di south working. Specialmente in ambito sociale, uno dei temi più discussi era l’aspetto geopolitico della differenza economica tra Nord e Sud, della fuga di cervelli e di come lo smart working avrebbe potuto, parzialmente, colmare questo gap. 

Il Covid-19 ha accelerato questo movimento, e lo sviluppo di South Working – Lavorare al Sud, progetto a vocazione sociale, che ha riscontro un notevole successo a livello mediatico nell’ultimo periodo. 

Ma cosa c’è dietro questo progetto? Quali sono gli obiettivi sul lungo periodo dell’azienda? Ai microfoni di HackingSicily ne abbiamo parlato con Elena Militello.

  • Ciao Elena, ci parli di South Working – Lavorare al Sud?

South Working è un’associazione di promozione sociale in fase di costituzione. Il progetto nasce prima dell’emergenza Covid-19 grazie all’associazione Global Shapers, la quale da diversi anni si occupa di sviluppo sostenibile a livello mondiale. Tutto è partito da una pagina facebook, da cui ne è derivata una community, in grado di raggruppare tra tutti gli attori che vogliono lavorare in modalità south working.  

L’obiettivo è quello di svolgere attività di advocacy nei confronti della possibilità di svolgere alcune mansioni lavorative a distanza dalla propria sede operativa aziendale. In particolare, attraverso South Working, vogliamo far capire ai datori di lavoro, ai dipendenti e a tutti gli stakeholder aziendali i benefici di una certa tipologia di contratto di lavoro con la flessibilità di un vero lavoro agile che “parla” di obiettivi, cicli e fasi lavorative. Questo, naturalmente, grazie anche all’azienda che mette a disposizione delle tecnologie e un modus operanti, che aumentano la produttività lavorativa, e permettono di ridurre il gap tecnologico, sociale e culturale esistente tra le varie regioni d’Italia. 

  • Avete lanciato una survey per tutti i south workers, che risultati state ottenendo? 


South Working inizialmente aveva deciso di lanciare una survey a tutti quei dipendenti che, per l’emergenza legata al Coronavirus, si sono ritrovati costretti a lavorare da casa. Poi, però, c’è stato un cambio di rotta e, nel mese di giugno, è stata sottoposta una prima survey a tutti i lavoratori, volta a testare la nostra ipotesi che ci sono persone potenzialmente disposte a ritrasferirsi al sud, mantenendo la stessa attività professionale anche senza gli investimenti infrastrutturali per la generazione di questi nuovi servizi. 

In questa survey, abbiamo ricevuto più di 1200 risposte, le quali confermano la nostra tesi iniziale. Tutte le risposte sono state fornite da lavoratori appartenenti ad una fascia d’età compresa tra i 30 e i 45 anni con contratti relativamente stabili, e di questi più del 50% possiede una laurea magistrale. 

Questi risultati verranno presentati al report Swimex 2020, all’interno del quale ci verrà dedicato un focus di 5 pagine sullo stato del mezzogiorno. 

Lato aziende, stiamo creando un database di aziende “remote-friendly”, ad oggi composto da quasi 1000 voci, al quale sottoporremo un questionario, che stiamo strutturando sempre in maniera scientifica per verificare quali sono le loro limitazioni e resistenze per questa tipologia lavorativa. Per il momento il nostro focus rimangono i dipendenti. 

  • Che feedback state ricevendo dalle aziende che avete coinvolto?

Le aziende che ci hanno contattato sono tutte estremamente interessate con middle management caratterizzato da una base di volontarietà verso il remote working. In molti datori di lavoro, si percepisce questa forte ritrosia dal punto di vista del controllo, mindset manageriale e di adattamento dei processi di lavoro per obiettivi o ancora sulla definizione di nuovi KPI. 

Tuttavia, ci sono molte aziende che stanno implementando lo smart working sul medio lungo periodo. È notizia della scorsa settimana che Deliveroo, società leader nel settore del food delivery, ha deciso di implementare politiche totalmente full remote a tempo indeterminato. O ancora, tutte le tech company, quali Amazon, Google, Facebook hanno annunciato che i propri dipendenti lavoreranno da remoto fino a gennaio 2021. 

Naturalmente è anche molto importante che le aziende investino in queste nuove politiche lavorative, come l’education per nuove forme di leadership manageriale o ancora la cybersecurity dei sistemi informatici aziendali e privacy dei dati. 

  • Qual è l’obiettivo sul lungo periodo di South Working?

Ultimamente stiamo elaborando un sito web, che permetta di rispondere a tutte quelle domande che ci vengono fatte per l’implementazione dello smart working sia a livello aziendale che del singolo dipendente. Attualmente c’è un gruppo facebook all’interno del quale vengono semplicemente condivisi articoli legati al tema o dove si condividono informazioni e dubbi legati al south working.

Nella maggior parte dei casi, i contratti di lavoro non sono adatti allo smartworking ma più al telelavoro. Il nostro sito servirà, inoltre, a svolgere attività di advocacy alle aziende su come poter strutturare la relazione coi dipendenti per una nuova modalità lavorativa dal punto di vista contrattuale e motivazionale (produttività, tecnologia, etc).

Un altro obiettivo è quello di andare a costruire una rete di spazi di coworking che renda più agile il south working, stimolando la creazione di una rete con una membership, attraverso la quale è possibile accedere a tutti gli spazi associati, evitando l’effetto isolamento percepito in questi mesi e promuovendo il networking tra lavoratori appartenenti a diversi settori. 

Il movimento punta a far sì che i talenti meridionali tornino nella propria regione d’origine, col fine di portare valore economico al territorio attraverso la generazione di nuove idee imprenditoriali.

Una prospettiva, dunque, che può cambiare le sorti di molti lavoratori legati alla loro terra.

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